Quell’incubo che divenne Frankestein
Quell’incubo che divenne Frankestein

Quell’incubo che divenne Frankestein

E’ risaputo che i più famosi scrittori della storia dell’uomo hanno scovato l’ispirazione per i loro racconti dalle casualità più disparate; avvenimenti, letture, sogni e..incubi. Ed è proprio quest’ultima la causa scatenante di uno dei racconti dell’orrore più famosi della storia, figlio ideato dai tetri sogni di una geniale scrittrice, n pieno delle oscure montagne svizzere di inizio 800.



Siamo a maggio del 1816 ed intorno al lago di Ginevra, in Svizzera, un inaspettato e rigido freddo, causato dal l’eruzione del vulcano indonesiano Tambora, si avvinghia in tutta Europa, facendo ricordare quel periodo inusuale con il nome di “anno senza estate”. Mary Shelby (poi Shelley) ed il suo compagno Percy Shelley si dirigono presso villa Diodati per incontrare niente popò di meno che lord Byron, famoso poeta britannico, che stava vivendo una relazione con la sorellastra di Mary, Claire.

Quest’ultima è di fatto rimasta incinta del poeta ed entrambe le coppie s’incontrano per cercare di trovare una soluzione per le sorti del neonato, ma nel rigido freddo e con la pioggia incessante di quell’anno quegli amanti di scrittura, poesia e racconti ben presto non poterono fare a meno anche di condividere la loro reciproca passione.

Chiacchieravano fino a tardi davanti al camino, raccontando le loro letture e condividendo le loro idee, iniziando persino a leggere racconti tedeschi su spettri e fantasmi delle tenebrose raccolte “fantasmagoriana”. Furono quelle letture a dare l’ispirazione a Byron per un ambiziosa sfida: cercare di creare la storia dell’orrore più terrificante che potessero ideare. I presenti iniziano a trattare un argomento molto dibattuto nel contesto scientifico di quell’epoca, ovvero il Galvanismo, la contrazione di nervi e muscoli di una creatura morta con l’ausilio dell’elettricità, argomento che riecheggia tra le stanze della villa avvolta dalla fitta pioggia. L’idea di avere la possibilità di comporre una creatura con pezzi d’altri defunti diviene causa della pelle d’oca tra i presenti, soprattutto su una Mary che per via dell’ora tarda si assopisce con quelle parole che risuonano dentro le orecchie. E quando gli occhi si chiudono sconfitti, è l’incubo a farsi avanti.

Nelle sue memorie del 1831 Mary spiega perfettamente ciò che sognò; “Vedevo a occhi chiusi ma con una percezione mentale acuta, il pallido studioso di arti profane inginocchiato accanto alla cosa che aveva messo insieme. Vedevo l’orrenda sagoma di un uomo sdraiato, e poi, all’entrata in funzione di qualche potente macchinario, lo vedevo mostrare segni di vita e muoversi di un movimento impacciato, quasi vitale. Una cosa terrificante, perché terrificante sarebbe stato il risultato di un qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo.”.

Un incubo del genere avrebbe potuto limitare chiunque a svegliarsi terrorizzato, ben deciso a dimenticare quelle gotiche immagini. Ma non Mary, lei che approfittò di quell’inquietante ispirazione per iniziare a scrivervi intorno il giovane scienziato che riusciva a portare in vita la sua creatura, per poi rimanerne disgustato e lasciarla fuggire, quest’ultima ossessionata dalla solitudine. Il racconto ispira così tanto i presenti da vedersi incitata ad ampliare il racconto, permettendo a quel periodo in Svizzera di lasciare, come disse la stessa Mary, l’adolescenza per lasciar posto all’età adulta. Il romanzo venne pubblicato in formato anonimo nel 1818, ricevendo dalla critica recensioni negative. La loro critica non venne però di certo ascoltata poiché in brevissimo tempo divenne un best seller, permettendo la seconda pubblicazione di convincere Mary a palesarsi come la sua creatrice. E scrisse un capostipite della letteratura ottocentesca all’età di soli 21 anni.

Un incubo; ecco cosa permise alla creatività di Mary di ideare Frankenstein, un incubo. Un evento che può solo ispirare i sognatori ed i creativi di poter trovare l’idea giusta in ogni contesto..anche quando le ombre create dalla nostra mente sembrano terrificanti ed insuperabili.

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