L’Italia in Giappone: il monumento al Byakkotai
L’Italia in Giappone: il monumento al Byakkotai

L’Italia in Giappone: il monumento al Byakkotai

Aizu, prefettura orientale di Fukushima. A sovrastare questa tranquilla parte di Giappone si trova il monte Limori, una placida fetta di natura che incornicia magnificamente il tutto. Tra il suo verde vi si possono trovare tra piacevoli passeggiate il tempio Sazaedo, rara costruzione a forma di chiocciola di lumaca, e la ricostruzione del palazzo dei samurai in stile Edo. Ma tra le tante attrazioni d’una grande cultura quale è il Giappone, vi meravigliereste nel trovare una colonna originale pompeiana con tanto di epitaffio scritto in italiano. Com’è giunto un pezzo d’Italia in un luogo come questo?



Partiamo dal principio: siamo in piena guerra Boshin (1868-1869) e il Giappone è spaccato in due tra i sostenitori dello shogunato Tokugawa e l’autorità dell’imperatore. A sostenere la causa della vecchia via ad Aizu esistevano quattro unità militari, ognuna delle quali deteneva il nome dei quattro animali a tutela dei punti cardinali; Genbutai (tartaruga nera), Seiryutai (dragone azzurro), Suzakutai (uccello vermiglio) e Byakkotai (tigre bianca).

Quest’ultima unità, composta da 305 giovani tra i 16 e 17 anni, era come le altre unità di riserva. Ma il destino della guerra non gli impedì di partecipare alla battaglia di Tonoguchihara, dove tra i concitati momenti dello scontro 20 membri dell’unità (seconda squadra Shichu) si ritrovarono isolati dal resto dei propri compagni d’arme.

Raggiunto il monte Limori per constatare la situazione, videro con disperazione alte fiamme giungere dal castello di Aizuwakamatsu, luogo dove vi risiedevano le loro rispettive famiglie. Credendo quindi di aver perduto i loro cari ad opera delle truppe imperiali, scelsero la via del seppuku, aprendosi il ventre in ginocchio e morendo in avanti come da tradizione samurai. I poveri ma onorevoli giovani non avevano compreso che le fiamme non derivavano dal castello, ancora in mano filo-Tokugawa, ma dal villaggio limitrofo.

L’ultimo che rimase in vita, Iinuma Sadakichi, stava anch’egli per seguire l’onorevole fine del samurai quando venne fermato da un contadino locale che lo avvisò della loro errata valutazione sulle sorti del castello. Avesse raggiunto anticipatamente il gruppo avrebbe di certo salvato le loro vite, ma nella via dell’onore giapponese il loro ricordo rimase intatto, inviolabile, divenendo un simbolo e venendo tempo addietro ricordati per il loro coraggio.

L’apprezzamento italiano

1928. Sono passati 59 anni da quei concitati momenti ed il mondo è già radicalmente cambiato. In Italia Benito Mussolini, già divenuto duce, viene a conoscenza della storia che aleggia duratura sui destini dei 20 Byakkotai e ne rimane affascinato. In un periodo nel quale le relazioni tra Italia e Giappone vanno sempre più a rafforzarsi, Mussolini decide di donare una colonna originaria di Pompei, con basamento in marmo di Carrara e sovrastata da un’aquila romana. Sul monumento vi è posata un’iscrizione che recita in italiano:

S.P.Q.R.
nel segno del littorio
Roma
madre di civiltà
con la millenaria colonna
testimone di eterna grandezza
tributa onore imperituro
alla memoria degli eroi di Biacco-tai
Anno MCMXXVIII – VI era fascista

Tutt’oggi, se si ergesse ancora in Italia, verrebbe immediatamente giudicato ed infine abbattuto per cancellare la memoria o “non turbare” le giovani menti nei confronti di un pezzo di storia di piena epoca fascista. In Giappone invece questo monumento, seppur privato dei fasci, continua ad ergersi senza timore. In un paese come quello del sol levante, dove la cultura e l’usanza non vengono surclassate dalla politica e dalla censura, la storia può continuare a vivere senza timore alcuno. Poiché il Giappone, a differenza del nostro che deve dare un colore a qualsiasi cosa, rimane fedele alla propria identità e, fascista o meno, tiene ancora intatto un simbolo di apprezzamento da parte di un paese così lontano per un pezzo di storia così vicino. Questa è cultura.

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