Da Netflix a Platone
Da Netflix a Platone

Da Netflix a Platone



Stiamo vivendo un periodo storico particolare, inutile negarlo.
Capita che tutta l’informazione cartacea e multimediale, come anche il dibattito politico, è rivolta a sviluppare un solo argomento, una sola agenda: il Nuovo Ordine Mondiale
Una narrazione unica e senza contraddittorio.
Questa situazione, però, provoca una serie di ambiguità in materia scientifica, costituzionale e legislativa, che influisce negativamente sul vissuto giornaliero e sullo stato psicofisico dei singoli cittadini, privati all’improvviso di un punto di riferimento concreto cui appoggiarsi.
Un periodo che stimola in molti, ma non in tutti purtroppo, riflessioni particolari sulla nostra esistenza e presenza su questo pianeta.
Se si uniscono queste riflessioni odierne a quelle che animano da decenni il mondo politico e sociale mondiale, sulla perdita di valori che la nostra società occidentale sta subendo, avremmo di che discutere per giornate intere sui social e i media mainstream.
Ma, ripeto, chi dovrebbe occuparsene è concentrato altrove.
All’esterno dei media mainstream, quindi, è nato così un significativo dibattito filosofico che, per chi sa ascoltare, è ricco come non mai di contenuti.



Sembra che la Filosofia, letteralmente “amore per la sapienza”, nonostante tutti gli sforzi fatti per relegarla su un piano secondario rispetto ad altre materie ritenute più “utili”, stia ritornando in auge proprio tra i giovani e proprio in uno dei periodi più bui della storia dell’uomo, riscoperta in questi ultimi anni di declino delle nostre società occidentali.
E’ sicuramente proprio a causa della caduta dei valori, di cui si chiacchiera, talvolta troppo superficialmente sui media e nelle istituzioni, che tornano di moda le domande che l’uomo si pone fin dall’alba dei tempi: chi sono? Cosa voglio? Da dove vengo? Dove voglio andare? E perché?
Sono, queste, tutte domande che mettono in gioco concetti filosofici fondamentali per una piena conoscenza di sé e del mondo che ci circonda.
In definitiva, la filosofia è una materia basilare per la formazione di ogni generazione, e serve a comprendere meglio il mondo, noi stessi, gli altri, il nostro modo di agire, i nostri fini, il nostro modo di rapportarci con le persone e le cose che ci circondano, i nostri valori.

E’ come se, contrariamente alle intenzioni prefigurate da qualcuno, una parte dei cittadini abbia reagito alle contraddizioni imposte dalle istituzioni, sviluppando una sorta di “difesa cognitiva”.
Ed è stato proprio durante il primo lungo lockdown, al termine della visione dell’ennesima serie Netflix, che mi sono tornati in mente i miei vecchi studi filosofici fatti da autodidatta. E ho sviluppato una mia, sindacabilissima teoria.
Prima di spiegare la teoria che ho sviluppato, vorrei esplicare elementarmente il tema per i meno allenati alla materia.



Uno dei più grandi maestri e pensatori riconosciuto di questa materia, è senza dubbio Platone.
In realtà il noto filosofo greco si chiamava Aristocle, e Platone era solo il soprannome.
Nacque nel 428/427 a.C. in una delle famiglie più importanti di Atene, e come tale fu subito destinato alla carriera politica, abbandonata nel 399 a.C., quando Socrate, suo maestro, venne condannato a morte. 
Fu proprio questo terribile evento, da lui considerata una giustizia imperdonabile, a portare Platone a dedicare tutto il resto della sua vita alla filosofia, con lo scopo di riscrivere le basi della convivenza umana e condurre l’uomo alla giustizia.
Nella sua opera più importante, la Repubblica, Platone descrive lo Stato ideale nel quale ognuno può vivere in maniera giusta e felice. Il principio fondamentale intorno al quale deve costruirsi questo Stato è la giustizia.
Per Platone, qualsiasi Stato non può prescindere dalla giustizia, e la giustizia non può prescindere dalla Filosofia.
E’ all’interno di questa importantissima opera che troviamo descritte forme di governo come l’oligarchia la tirannia e la democrazia, ma, si badi bene, tutte descritte come “degenerazioni” delle forme di Stato, perché anche la democrazia, che vuol dire “governo del popolo”, in cui i cittadini sono liberi, se questi vengono lasciati senza una guida, sono portati ad abbandonarsi a desideri irrazionali.

Nella sua trattazione filosofica Platone fa un frequente ricorso ai miti, delle vere e proprie “parabole”, in cui spiega, in maniera più dettagliata e comprensibile, le sue dottrine, e illustra concetti che difficilmente troverebbero un’adeguata espressione in un linguaggio puramente razionale:

All’inizio del settimo libro della Repubblica Platone narra uno dei miti più famosi ed affascinanti: il mito della caverna,. In esso si ritrova tutta la teoria platonica della conoscenza e il rapporto tra filosofia e impegno di vita. Per Platone conoscere il Bene significa anche praticarlo.
Nel dialogo immaginario tra Socrate e Glaucone, che riporto fedelmente qui sotto, Platone propone una allegoria dove spiega come si diventa filosofi, cioè come si acquisisce il sapere necessario per ben governare una città, liberandosi dalle altrui opinioni e accedendo alla conoscenza della realtà.


 
Repubblica, 514 a-517 a
 
In séguito, continua, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa.
Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo.
Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.
– Vedo, rispose. –
Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.
– Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.
– Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?
– E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita?
– E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?
– Sicuramente.
– Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?
– Per forza.
– E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?
– Io no, per Zeus!, rispose.
– Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.
– Per forza, ammise.
– Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che così facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo più vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi più essere, può vedere meglio? E se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe più vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? – Certo, rispose.
– E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente più chiari di quelli che gli fossero mostrati?
– È così, rispose.
– Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lì a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.
– Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso.
– Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso più facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.
– Come no?
– Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.
– Per forza, disse.
– Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.
– È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così.
– E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?
– Certo.
– Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse più acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e più rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?
– Così penso anch’io, rispose; accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo.
– Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole?
– Sí, certo, rispose.
– E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?
– Certamente, rispose.
 (Platone, Opere, vol. II, Laterza, Bari, 1967, pagg. 339-342).

A questo punto, sono sicuro, che molti dei lettori abbiano già intuito quale teoria io abbia sviluppato.
Permettetemi di esporla a quanti, invece, non hanno ancora compreso l’abbinamento provocatorio che ho fatto fin dal titolo di questo articolo.

I lockdown vissuti, ma anche i progetti odierni sulle “città di 15 minuti”, hanno certamente messo in evidenza che siamo tutti rinchiusi dentro una caverna. Una caverna confortevole, con tutte le nostre comodità al loro posto. Ma pur sempre una caverna, un luogo cui tutti siamo stati, volenti o nolenti, incatenati.
Possiamo identificarla nella nostra abitazione, ma anche in questo mondo brutto e malvagio, pieno delle contraddizioni di cui sopra, vuoto di verità, e che ci siamo costruiti tutto intorno a noi.
La caverna descritta nel mito è un luogo angosciante, con poca aria, dove i prigionieri, incatenati fin da fanciulli, vedono soltanto alcune ombre proiettate sul muro di fronte a loro.
Proviamo a immaginare che quel muro sia uno schermo. Uno dei tanti nostri schermi di casa, da dove attingiamo tutte le informazioni e le emozioni che alimentano le nostre giornate.
In verità anche Platone lo descrive già così, pur non immaginando quale significato avrebbe avuto quel termine ai nostri giorni.
Uno schermo dove vengono proiettate delle ombre ritenute, dagli spettatori, l’unica vera fonte di realtà esistente.
Incantati da quelle visioni, non riescono a immaginare ciò che accade alle loro spalle.
Quindi anche noi, come ipnotizzati, non volgiamo il nostro sguardo altrove; non conosciamo quali giochi, quali trame si intrecciano dietro di noi.
Tutto e’ oscurato dal fumo acre delle fiaccole  poste a illuminare un poco la nostra caverna. La illuminano solo perché, senza di esse, non vedremmo neppure quelle ombre, e quelle ombre servono a confonderci la mente, a non pensare ad altro che a loro.
Siamo schiavi di noi stessi, ammaestrati da uno schermo che ci propone oggetti inutili e vite improbabili.
Se solo provassimo, una volta sola, a liberarci dalle nostre catene e a usare le nostre residue forze per uscire fuori, all’esterno di questa malsana caverna,  scopriremmo che né quelle vite ne’ quegli oggetti proiettati come ombre, costituiscono la vera realtà.
Resteremo abbagliati dalla luce del sole che illumina la vita la’ fuori, e solo poco per volta impareremmo dapprima a discernere gli oggetti del mondo autentico e, in fine, a guardare direttamente il sole.
Perché quel sole e’ vita e conoscenza. E’ lui la vera realtà delle nostre vite.
E non ci basterebbe contemplarlo in solitudine quel sole e quel mondo reale, ma sentiremmo il bisogno di urlare quanto scoperto al mondo intero, facendolo riecheggiare come una eco dentro la caverna il nostro richiamo.
La consapevolezza raggiunta sarebbe nulla se non condivisa.
Anche rischiando di venire insultati e derisi da coloro che hanno scelto di restare schiavi e prigionieri, disturbati dal nostro richiamo nelle loro finte comodità.
Una volta fuori, ormai liberi, non potremmo più riabituarci al buio di quelle profondità.

Questa mia attualizzazione del mito della caverna di Platone può essere intesa come una visione estrema, ma questa è.
Sarebbe bello discuterne, puntualizzare o ampliare la discussione anche in altri ambiti, sperando che qualcuno, dall’altra parte dei nostri schermi, si accorga che qualcosa stia accadendo al di qua, e che non resti lui stesso incatenato/ipnotizzato alla propria narrazione.

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